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I primi due casi presi in esame sono quelli di Agrigentum e Heraclea, che all’A. appaiono per molti versi analoghi [p. 310]. Le leges de senatu cooptando furono verosimilmente date agli Agrigentini da L.Cornelio Scipione Asiageno, pretore di Sicilia nel 193 a.C., e prevedevano un assetto tale da preservare per gli Agrigentini una posizione di favore all’interno del senato rispetto ai nuovi coloni. In base a quanto si può desumere da Cicerone [p. 311], l’A. ipotizza che spettasse al pretore cooptare i nuovi senatori (sebbene nel caso specifico si abbia traccia di una pressione, commendatio, di Verre sul pretore). Il caso di Heraclea è analogo a quello di Agrigento, con la differenza che le norme de cooptando senatu risalivano alle lex Rupilia del cos. P.Rupilio, del 132 a.C. Un fatto importante, nella ricostruzione dell’A., è che sia Agrigentum che Heraclea fossero civitates decumanae [p. 311]. Differente sarebbe il caso di Halaesa, poiché per l’ammissione al senato locale non era prevista cooptatio [p. 312]. Halaesa era una delle cinque città sine foedere liberae et immunes della Sicilia e, in quanto tale, godeva senza dubbio di uno status particolare nonché di una notevole indipendenza. Nel 95 a.C., gli Halaesini chiesero, suo iure, al senato romano di dirimere la controversia de senatu cooptando. Il senato decise che fosse il pretore C.Claudius Pulcro a stabilire delle leggi in merito. Il contenuto di tali leges viene ricostruito dall’A. [pp. 312-313] sulla base della lex Iulia municipalis e delle accuse di broglio elettorale rivolte da Cicerone a Verre. Di particolare importanza è che la cooptatio dei nuovi senatori avvenisse a Halaesa grazie ad un suffragium popolare; in questo centro dunque, a differenza di Agrigentum e Heraclea, il termine cooptatio avrebbe assunto un significato non tecnico, dal momento che l’ammissione al senato veniva decisa su base popolare. Non è un caso, a detta dell’A., che la cooptatio fosse in vigore per civitates decumanae e il suffragium per una civitas libera [p. 313]. Si passa poi ad analizzare un altro aspetto del problema [p. 314], che emerge proprio in relazione alle difficoltà sorte nel completamento dei senati locali delle tre città: i rapporti tra veteres e coloni (novi). Secondo una prima lettura del par. 123 delle Verrine, si potrebbe affermare che la legge introdotta da L.Cornelio Scipione volesse in qualche modo privilegiare i veteres, impedendo ai novi di ottenere la maggioranza in senato. E tuttavia, analizzando in dettaglio la fonte, l’A. fa notare come tale interpretazione, accolta anche da Cicerone, sia in realtà particolarmente problematica, soprattutto volendo applicare questo sistema all’età di Verre [pp. 314-316]. Per l’A. sarebbe risultato difficile distinguere, a distanza di decenni, tra veteres e novi, e ciò anche ipotizzando che rientrasse tra i compiti dei censori locali proprio quello di stabilire tale condizione [p. 316]. L’A. si pone poi un’ulteriore domanda, se cioè tale rigida ripartizione tra vecchi e nuovi cittadini valesse anche in altri campi della vita civica di Agrigento, come ad es. nell’elezione alle magistrature locali [p. 317]. La compresenza nella stessa città di due distinti gruppi di cittadini, spesso con diritti e doveri differenti, non è documentata solo nelle città siciliane menzionate, e l’A. infatti estende l’analisi ad altri casi analoghi, come ad es. le colonie sillane [pp. 317-318]. Cicerone (Pro Sull. 21) testimonia per Pompei una situazione di disparità, nella gestione della città, tra coloni sillani e cittadini veteres. Tale disparità avrebbe portato anche a tensioni espresse al momento delle elezioni locali. L’analisi dell’A. offre dunque importanti considerazioni su diversi aspetti della vita pubblica locale delle città siciliane al tempo di Verre, contribuendo nel contempo ad una migliore comprensione di problematiche analoghe in comunità italiche (ad es. la richiesta avanzata dai Latini nel 340 a.C. di avere un console latino e metà senato composto da Latini: p. 319).

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L’A. riesamina l’ipotesi normalmente accettata secondo cui il tribunato della plebe sarebbe stato introdotto nelle comunità italiche su imitazione delle colonie latine, le quali, a loro volta, lo avrebbero ereditato da Roma. Partendo dalla constatazione che il tribunato della plebe non è attestato nelle colonie latine, a differenza della questura, e che il termine plebs giuridicamente non si adatta al contesto delle comunità italiche, l’A. affronta la questione sulla base di una serie di iscrizioni in osco in cui si menzionano uno o più tribuni della plebe (p. 45). Fermo restando che l’osco plífríks corrisponde all’equivalente latino *plebiscus, l’A. mostra come il termine tríbuf / tribúf, che ricorre variamente declinato nelle iscrizioni prese in analisi, non vada ricollegato al latino tribunus da tribus, poiché in tal caso la forma trif– sarebbe stata attesa, ma alla parola italica *trēb-, dal significato di “costruttore” (pp. 45-46). L’A. collega quindi questa magistratura all’edilità romana e nega, nel contempo, che essa fosse collegata al tribunato della plebe romano (p. 46). L’aggettivo plífríks sarebbe stato aggiunto per distinguere questa magistratura dal tribunato militare, che gli Italici dovevano ben conoscere, dato che servivano nell’esercito romano (p. 47). Il caso in questione rientrerebbe sì perfettamente nel quadro della diffusione di magistrature romane in ambito italico (in ogni caso l’edilità e non il tribunato della plebe), ma dimostrerebbe anche e una volta in più la libertà con cui esse erano adattate in ambito italico (p. 48).

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Starting from a new analysis of an excerpt of Modestinus (Dig. 50.4.11) and of some passages of the Lex Malacitana, the A. proposes a new interpretation of the problem of the cursus honorum in Roman municipia. A fragment from the Lex Malacitana, which amply describes the election of local magistrates, does not mention the necessity for the candidates to the duovirate iure dicundo of having been already appointed the quaestorship or the aedilship (p. 63-64). In contrast to modern scholarly hypothesis that a complete cursus honorum was described in some lost parts of the Lex Malacitana, the A. stresses the fact that the Lex Malacitana itself prescribes a minimum of age of 25 years to be appointed either as an aedilis or as a quaestor (p. 65-66), which means that both appointments were accessible regardless of the age of the candidate. This would prove, according to the A., that the Lex Malacitana did not prescribe any rule concerning the succession of appointments in the local cursus honorum. Epigraphic evidence from Venosa further confirms the A.’s hypothesis. The analysis of the names of local magistrates in the period 35 BC – 28 BC has revealed that all those who reached the highest municipal magistracy had not been previously appointed as aediles (pp. 65-67). Even in consideration of the fragmentary conditions of the studied evidence, the A. considers this fact to be consistent with the absence of rules concerning the cursus honorum in the Lex Malacitana. Further data come from the analysis of a corpus of 586 funerary inscriptions (p. 67) from various parts of Italy. While most inscriptions up to the age of Antoninus Pius only mention the highest magistracy (p. 68), the inscriptions dating back to Antoninus Pius’ principate or immediately afterwards mention complete examples of cursus honorum. The A. connects the shift in the studied epigraphic evidence to the above-mentioned passage from Modestinus (p. 69): according to Modestinus, Antoninus Pius prescribed a specific order in the municipal cursus honorum. Such a prescription was later confirmed by Marcus Aurelius (p. 69). Regardless of the causes of Antoninus Pius’ intervention (the A. thinks to a provision possibly concerning a specific municipium), in Septimius Severus’ days this was established as a regular law as a passage from the De muneribus et honoribus of Callistratus shows (p. 70). In this respect, the A. also emphasizes (p. 70-71) that the canonical Republican cursus honorum was not regulated by the Lex Villia Annalis (180 BC), which only prescribed the minimum age to access each magistracy (Liv. 40.44.1). It was only with Sulla that the succession of the various magistracies in the cursus honorum was clearly defined (p. 71). According to the A., the absence of specific rules concerning the cursus honorum, apart from the age required of the candidates, would have been also reflected in the municipia, as the Lex Malacitana suggests (p. 72). Only gradually did Roman municipia abide by the rules that Sulla introduced for the city of Rome (p. 73); in any case, up to Antoninus Pius’ prescriptions, to abide by such rules was not mandatory. The presence of detailed rules concerning the local cursus honorum and access to magistracies in the Tabula Bantina is viewed by the author as consequence of the Social war, in contrast to a part of the modern scholarship that attributes it to the pre-Roman status of the city (p. 72-73).

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Scopo dell’articolo è l’analisi della documentazione epigrafica da Ostia, Cumae, Fundi e Formiae relativa alla figura dell’interrex ed all’istituto dell’interregnum. L’A. parte dall’ipotesi del Mommsen (Römisches Staatsrecht, Leipzig 1887, vol. 3, 570-823), universalmente accettata negli studi moderni, secondo cui l’interrex fu introdotto nei centri locali per volontà di Roma, mettendone in risalto però la debolezza, poiché Mommsen stesso non spiegava in che modi Roma avesse contribuito alla sua diffusione [p. 58]. L’A. denuncia poi lo scarso interesse degli studiosi moderni per questa carica: a differenza di altre magistrature attestate in area italica, di origine italica o romana, che sono state a più riprese e ormai da anni oggetto di numerosi studi, l’interrex non ha mai ricevuto l’attenzione che pure merita, essendo rimasto nell’ombra della spiegazione mommseniana [p. 59]. Criticando l’approccio moderno, che analizza le attestazioni di interreges indipendentemente dalla forma giuridica delle città di provenienza, l’A. ritiene che la differenza tra colonie di diritto latino, colonie di diritto romano e municipi – appunto le tre categorie in cui rientrano le comunità dove è presente un interrex o un interregnum – sia un elemento di fondamentale importanza nella comprensione dell’origine e della funzione dell’interrex [pp. 59-60]. Mentre nel caso di colonie, anche quelle di diritto latino, si dovrà tenere presente una più stretta aderenza, anche dal punto di vista delle istituzioni, al modello romano, per i municipi anteriori alla Guerra Sociale si dovrà presupporre un maggior grado di indipendenza: nel primo caso sarà forse più probabile che l’introduzione dell’interrex vada attribuita ad un’azione del governo centrale; nel secondo caso, si tratterà più verosimilmente di un’adozione spontanea del modello romano. La prima iscrizione analizzata proviene da Benevento (CIL 12, 1729), dove è menzionato un C.Oppio Capitone, interrex, oltre che quaestor, praetor e censor. L’A. attribuisce l’iscrizione, sulla base del cursus honorum, al periodo in cui Benevento era ancora colonia di diritto latino, prima cioè del processo di municipalizzazione successivo alla guerra sociale, e ipotizza l’esistenza di precise analogie tra le istituzioni beneventane e quelle di altre colonie latine, quali Ariminum e Venusia [pp. 62-63]. La seconda attestazione proviene da Ostia, è del 49 a.C. e vi ricorre il termine interregnum (CIL 14, 4531). Il fatto che qui sia menzionato un Cn. Pompeius, generalmente identificato con Pompeo Magno, ha indotto alcuni studiosi a riferire l’interregnum non ad Ostia, ma a Roma. L’A., tuttavia, muove argomenti contrari a tale lettura, tra cui il fatto che l’ultimo interrex attestato per Roma risalga al 52 a.C. [pp. 64-65]. Allo studio unitario delle due attestazioni di interrex da Fondi e Formia, degli inizi del I sec. d.C. è allegata una breve storia istituzionale delle due città dalla conquista romana all’età imperiale [pp. 66-68], con particolare riguardo al loro peculiare assetto magistratuale, la cd. “costituzione dei tre edili’”; secondo l’A. qui l’interrex sarebbe una magistratura non romana, ma epicoria, sopravvissuta alla fondazione municipale e con funzione equivalente al rex sacrorum [p. 69]. Per cui gli interreges di questi due municipi di antica fondazione avevano un funzione religiosa, diversamente da quelli delle colonie di Benevento e Ostia, dove avrebbero svolto il loro ruolo in caso di vacanza magistratuale [p. 70]. L’ultimo caso di interrex in ambito italico è dato da un’iscrizione molto frammentaria di Cuma del I sec. d.C. (EDR 105898); dall’analisi della storia istituzionale del centro emerge la persistenza delle magistrature locali anche durante le fasi di integrazione nella civitas romana e tra esse, secondo l’A., andrebbe incluso anche l’interrex risalente al periodo greco della città (sulla base di Plut. Mor. 291 F-292) [pp. 71-76]. Si conclude affermando che l’istituto dell’interrex fu senza dubbio introdotto da Roma nelle colonie; in altri casi, essenzialmente municipali, l’interrex sarebbe stata invece una magistratura epicoria, con funzioni diverse nei diverse luoghi di attestazione [p. 77].

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L’A. si concentra sull’esiguo patrimonio epigrafico proveniente dai centri di Crotone e Caulonia, facendo particolare riferimento a due testi. La prima iscrizione (SEG 51, 2001, 1407) di carattere sacro, datata al VI sec. a.C., è incisa su un cippo trovato all’interno dell’area sacra del tempio dell’antica Caulonia. L’alfabeto usato è quello corinzio e non acheo, come ci si aspetterebbe (p. 274). Il cattivo stato di conservazione del testo compromette ogni interpretazione. L’A. propone di leggervi ΑΜΒΑ, forme sincopata di ΑΝΑΒΑ, e non Ἀνεμιᾶν. La seconda iscrizione in alfabeto acheo su tabella bronzea è attribuita a Caulonia (SEG 4, 1929, 71), anche se non si conosce il luogo esatto di ritrovamento. Si tratta di un atto di donazione con la menzione del demiurgo al genitivo. Il confronto con un’altra iscrizione frammentaria (M.L.LAZZARINI, L’eponimia a Crotone. A proposito di una nuova laminetta bronzea iscritta, in: Epigraphica. Atti delle Giornate di Studio di Roma e di Atene in memoria di M. Guarducci (1902-1999), Opuscula Epigraphica 10, Roma 2003, 81-90) su tabella bronzea, databile tra la fine del IV e l’inizio del III sec. a.C., rinvenuta nell’area del santuario di Hera Lacinia presso Crotone, chiarisce la funzione del demiurgo come magistrato eponimo (p. 274). Stesse considerazioni sono valide anche per un’iscrizione frammentaria (M.L.LAZZARINI, Una nuova lamina bronzea iscritta dal tempio lametino, ArchClass 56, 2005, 453-460) proveniente da Terina, nell’area di influenza crotoniate (p. 275). Altri elementi interessanti nella seconda iscrizione cauloniate sono le sigle che precedono i nomi del demiurgo e dei garanti a indicare l’esistenza di suddivisioni civiche, proprie di Crotone e della madrepatria achea.

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L’A. si concentra sull’esiguo patrimonio epigrafico proveniente dai centri di Crotone e Caulonia, facendo particolare riferimento a due testi. La prima iscrizione (SEG 51, 2001, 1407) di carattere sacro, datata al VI sec. a.C., è incisa su un cippo trovato all’interno dell’area sacra del tempio dell’antica Caulonia. L’alfabeto usato è quello corinzio e non acheo, come ci si aspetterebbe (p. 274). Il cattivo stato di conservazione del testo compromette ogni interpretazione. L’A. propone di leggervi ΑΜΒΑ, forme sincopata di ΑΝΑΒΑ, e non Ἀνεμιᾶν. La seconda iscrizione in alfabeto acheo su tabella bronzea è attribuita a Caulonia (SEG 4, 1929, 71), anche se non si conosce il luogo esatto di ritrovamento. Si tratta di un atto di donazione con la menzione del demiurgo al genitivo. Il confronto con un’altra iscrizione frammentaria (M.L.LAZZARINI, L’eponimia a Crotone. A proposito di una nuova laminetta bronzea iscritta, in: Epigraphica. Atti delle Giornate di Studio di Roma e di Atene in memoria di M. Guarducci (1902-1999), Opuscula Epigraphica 10, Roma 2003, 81-90) su tabella bronzea, databile tra la fine del IV e l’inizio del III sec. a.C., rinvenuta nell’area del santuario di Hera Lacinia presso Crotone, chiarisce la funzione del demiurgo come magistrato eponimo (p. 274). Stesse considerazioni sono valide anche per un’iscrizione frammentaria (M.L.LAZZARINI, Una nuova lamina bronzea iscritta dal tempio lametino, ArchClass 56, 2005, 453-460) proveniente da Terina, nell’area di influenza crotoniate (p. 275). Altri elementi interessanti nella seconda iscrizione cauloniate sono le sigle che precedono i nomi del demiurgo e dei garanti a indicare l’esistenza di suddivisioni civiche, proprie di Crotone e della madrepatria achea.

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L’A. prende in esame i problemi di restituzione testuale, storici e cronologici della dedica degli Ipponiati a Olimpia che, incisa su uno scudo bronzeo di tipo beotico, celebra la vittoria da questi riportata sui Crotoniati assieme ai Medmei e ai Locresi (SEG XI, 1950, nr. 1211). L’integrazione del testo, che presenta interessanti impronte osche, e i caratteri epigrafici dello stesso consentono di datare l’iscrizione ad un momento successivo alla battaglia di Imera (480 a.C.), quando Locri e le sue sub-colonie risultano alleate dei Dinomenidi, allora impegnati in un tentativo di espansione verso il Tirreno meridionale e centrale, trovando un naturale antagonista proprio in Crotone, oltre che nelle comunità etrusche meridionali. L’A. propone come datazione più attendibile della dedica, il 475 a.C. (se non già l’anno precedente), nel contesto degli attacchi locresi (condotti a partire dalle colonie tirreniche, Ipponio in primis) contro gli avamposti tirrenici di Crotone, e degli intensi rapporti che l’ambito locrese intratteneva allora con Olimpia, sottolineati dalle vittorie di Eutimo nei giochi olimpici.

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Scopo dell’articolo è l’analisi della documentazione epigrafica da Ostia, Cumae, Fundi e Formiae relativa alla figura dell’interrex ed all’istituto dell’interregnum. L’A. parte dall’ipotesi del Mommsen (Römisches Staatsrecht, Leipzig 1887, vol. 3, 570-823), universalmente accettata negli studi moderni, secondo cui l’interrex fu introdotto nei centri locali per volontà di Roma, mettendone in risalto però la debolezza, poiché Mommsen stesso non spiegava in che modi Roma avesse contribuito alla sua diffusione [p. 58]. L’A. denuncia poi lo scarso interesse degli studiosi moderni per questa carica: a differenza di altre magistrature attestate in area italica, di origine italica o romana, che sono state a più riprese e ormai da anni oggetto di numerosi studi, l’interrex non ha mai ricevuto l’attenzione che pure merita, essendo rimasto nell’ombra della spiegazione mommseniana [p. 59]. Criticando l’approccio moderno, che analizza le attestazioni di interreges indipendentemente dalla forma giuridica delle città di provenienza, l’A. ritiene che la differenza tra colonie di diritto latino, colonie di diritto romano e municipi – appunto le tre categorie in cui rientrano le comunità dove è presente un interrex o un interregnum – sia un elemento di fondamentale importanza nella comprensione dell’origine e della funzione dell’interrex [pp. 59-60]. Mentre nel caso di colonie, anche quelle di diritto latino, si dovrà tenere presente una più stretta aderenza, anche dal punto di vista delle istituzioni, al modello romano, per i municipi anteriori alla Guerra Sociale si dovrà presupporre un maggior grado di indipendenza: nel primo caso sarà forse più probabile che l’introduzione dell’interrex vada attribuita ad un’azione del governo centrale; nel secondo caso, si tratterà più verosimilmente di un’adozione spontanea del modello romano. La prima iscrizione analizzata proviene da Benevento (CIL 12, 1729), dove è menzionato un C.Oppio Capitone, interrex, oltre che quaestor, praetor e censor. L’A. attribuisce l’iscrizione, sulla base del cursus honorum, al periodo in cui Benevento era ancora colonia di diritto latino, prima cioè del processo di municipalizzazione successivo alla guerra sociale, e ipotizza l’esistenza di precise analogie tra le istituzioni beneventane e quelle di altre colonie latine, quali Ariminum e Venusia [pp. 62-63]. La seconda attestazione proviene da Ostia, è del 49 a.C. e vi ricorre il termine interregnum (CIL 14, 4531). Il fatto che qui sia menzionato un Cn. Pompeius, generalmente identificato con Pompeo Magno, ha indotto alcuni studiosi a riferire l’interregnum non ad Ostia, ma a Roma. L’A., tuttavia, muove argomenti contrari a tale lettura, tra cui il fatto che l’ultimo interrex attestato per Roma risalga al 52 a.C. [pp. 64-65]. Allo studio unitario delle due attestazioni di interrex da Fondi e Formia, degli inizi del I sec. d.C. è allegata una breve storia istituzionale delle due città dalla conquista romana all’età imperiale [pp. 66-68], con particolare riguardo al loro peculiare assetto magistratuale, la cd. “costituzione dei tre edili’”; secondo l’A. qui l’interrex sarebbe una magistratura non romana, ma epicoria, sopravvissuta alla fondazione municipale e con funzione equivalente al rex sacrorum [p. 69]. Per cui gli interreges di questi due municipi di antica fondazione avevano un funzione religiosa, diversamente da quelli delle colonie di Benevento e Ostia, dove avrebbero svolto il loro ruolo in caso di vacanza magistratuale [p. 70]. L’ultimo caso di interrex in ambito italico è dato da un’iscrizione molto frammentaria di Cuma del I sec. d.C. (EDR 105898); dall’analisi della storia istituzionale del centro emerge la persistenza delle magistrature locali anche durante le fasi di integrazione nella civitas romana e tra esse, secondo l’A., andrebbe incluso anche l’interrex risalente al periodo greco della città (sulla base di Plut. Mor. 291 F-292) [pp. 71-76]. Si conclude affermando che l’istituto dell’interrex fu senza dubbio introdotto da Roma nelle colonie; in altri casi, essenzialmente municipali, l’interrex sarebbe stata invece una magistratura epicoria, con funzioni diverse nei diverse luoghi di attestazione [p. 77].

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L’A. propone i risultati preliminari di un progetto più ampio dedicato alla schedatura informatizzata di tutti i bolli laterizi di età ellenistica e romana sinora noti su un campione di alcune migliaia di esemplari. Dall’analisi emerge che quasi tutti i mattoni, tranne due esemplari rotondi, presentano due bolli, uno costante (ΔΗ) e uno variabile costituito da due o più lettere, fino a un max. di 5 (p. 66). Nel caso di Velia il bollo comprende un antroponimo abbreviato e la sigla ΔΗ, e.g. IG XIV, 2403, 1-29 (p. 67). Non mancano i confronti magnogreci e siciliani: Canosa (V.MORIZIO, Instrumentum, in: M.Chelotti – V.Morizio – M.Silvestrini (eds.), Le epigrafe romane di Canosa, II, Bari 1990, 45), Cosenza (S.LUPPINO, Indagini archeologiche recenti a Sibari e nella Sibaritide, in: ACSMG 1992, Napoli 1994, 176), Metaponto (F.LO PORTO, Metaponto. Scavi e ricerche archeologiche, NSA 20, 1966, 199), Neapolis (W.JOHANNOWSKY, L’assetto del territorio, in: E.Pozzi (ed.), Napoli antica, Napoli 1985, 333), Pithecusa (E.LEPORE, Per la storia economico-sociale di Neapolis, PP 7, 1952, 313), Petelia (SEG 36, 1986, 921), Taranto (F.FERRANDINI TROISI, Epigrafi mobili del Museo archeologico di Bari, Bari 1992, 35-38), Tortora (F.MOLLO, Archeologia per Tortora: frammenti dal passato. Guida alla mostra di Palazzo Casapesenna, Potenza 2001, 49), Akrai (G.PUGLIESE CARRATELLI, Sillogi delle epigrafi acrensi, in: L.Bernabò Brea (ed.), Akrai, Catania 1956, 159 nr. 16), Caronia (IG XIV 2395, 1), Cefalù (G.SCIBONA, Nota a IG XIV 2395, 7 (Instrumentum publicum calactinum), Kokalos 17, 1971, 21-25), Segesta (B.GAROZZO, Bolli su coppi e embrici, ASNP ser. III, 25, 1995, 1197-1199) e Taormina (IG XIV 2396, 1), (pp. 67-68). L’abbreviazione ΔΗ, con variante ΔΑ, è variamente interpretata (pp. 67-68): 1) essa potrebbe riferirsi all’impiego dei laterizi negli edifici pubblici; 2) o suggerire il controllo pubblico della produzione; 3) o indicare la proprietà pubblica della fornace laterizia. A Taranto (F.FERRANDINI TROISI, ibidem) la sigla ΔΑ/ΔΑΤ è sciolta in ΔΑμόσιος Ταραντίνων, come suggerito per i bolli ΔΗΜ rinvenuti ad Ampurias e Taso. In Lucania e nel Bruttium centro-settentrionale, alcuni bolli laterizi presentano l’abbreviazione Ϝε, forse un prenome osco, anche se alcuni considerano il Ϝε/Ϝερεκο di Hipponion il corrispettivo osco delle sigle ΔΗ/ΔΑ (p. 69). Nel Bruttium meridionale i bolli si basano essenzialmente sull’etnico (e.g. per Tauriani e Mamertini) o su un antroponimo abbreviato (e.g. Oppido Mamertina, P.VISONÀ, Prodotti laterizi, in: L.Costamagna – P.Visonà (eds.), Oppido Mamertina. Ricerche archeologiche nel territorio e in contrada Mella, Roma 1999, 359-361), o scritto per esteso (Hipponion). In Magna Grecia e Sicilia il sistema di bollatura più diffuso consisteva in un nome al nom./gen. (con/senza ἐπί), da riferirsi al magistrato eponimo o al produttore dei laterizi. In altri casi la bollatura riportava l’etnico o il nome di città e/o il nome di una divinità al genitivo e/o l’edificio a cui i materiali erano destinati (pp. 70-71). A Strongoli/Petelia nel II sec. a.C. il sistema di bollatura prevedeva due antroponimi al genitivo preceduto da ἐπί insieme a due abbreviazioni (Ορ e Ελε), accompagnati dalla sigla ΔΗ (SEG 34, 1984, 1009). Questi antroponimi sono stati variamente interpretati come gentilizi o, con maggiore verosimiglianza, come magistrati eponimi o figuli o proprietari di figlina; il bollo ‘costante’ ΔΗ indica la proprietà pubblica dei laterizi o il controllo della produzione da parte dello stato. Nel complesso la cronologia dei bolli si basa soprattutto su criteri paleografici e sulla datazione dei contesti di rinvenimento (pp. 77-81) e per quanto riguarda Velia essi risalirebbero al periodo III-II sec. a.C., in cui il centro vive la sua massima fioritura. La diffusione del bollo velino oltre i confini cittadini, sembra toccare innanzi tutto i siti costieri e gli immediati dintorni della città (pp. 78-79).

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Pp. 9-14: fonti sull’attività legislativa svolta ad Elea da Parmenide e Zenone. La nomothesia eleate è anteriore al viaggio dei due filosofi ad Atene nel 450 a.C. ca. e coincide con la riorganizzazione urbanistica della città (480-460 a.C.) e con la coniazione di monete con tipo e leggenda cittadini. Pp. 14-17: eunomia e natura oligarchica e conservatrice della legislazione eleate e massaliota. Fonti sul Pitagorismo di Parmenide e Zenone. Pp. 18-20: i valori e le caratteristiche fondamentali delle legislazioni eunomiche/pitagoriche, ad es. rifiuto del lusso e dell’eccesso, preminenza dell’interesse comune, ecc. Pp. 20-24: l’insegnamento di Zenone ad Atene sullo sfondo delle strette relazioni politico-economiche fra Eleati e Ateniesi. Callia di Calliade e Pitodoro di Isoloco allievi di Zenone e personaggi di spicco nell’ambito della politica occidentale ateniese. Allontanamento di Zenone dall’Atene periclea connesso alla rivolta di Samo (441/440 a.C.) e al ruolo svoltovi dall’amico Melisso. Pp. 25-29: le versioni contrastanti delle fonti in merito alla congiura di Zenone contro il tiranno di Elea, da identificare con Nearco, avvenuta probabilmente nel periodo 426-423 a.C.

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Analysis of the semantic relationship between the 3rd cent. inscription found in Histria (Thracian Black sea coast) attesting the cult of Apollo Pholeuterios and some inscriptions found in Elia (Velia) mentioning the pholarchos, i.e. the head of the Elean philosophical association (pp.25-26). The word pholeos and its derivates (pp. 28-33) are scrutiny to understand both the significance of the epiclesis of the Thracian cult and the role of the head of the medical association in Elea. There is no apparent direct relation between the two, but the key to solve the conundrum is in the significance of the word pholeos “den”, “cave”; consequently the Thracian Apollo is interpreted as the “Apollo of the den”, likely worshipped in a subterranean cavity, and the Pholarchos of Elea might have absorbed some of the Pythagorean tradition, by descending into a pholeos – cave, but also meeting place (as the cryptoporticus found in Elea is metaphorically considered) – pp.40-44.

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Contro il generale scetticismo della moderna storiografia rivalutazione delle fonti letterarie su Senofane di Colofone frequentatore di Elea e degli Eleati, iniziatore della scuola filosofica eleatica e maestro di Parmenide. Pp. 33-38: Platone nel Sofista “testimone” della memoria collettiva della scuola eleatica. Continuità Focea-Elea in ambito cultuale e culturale. Pp. 39-42: Diog. Laert. 9, 21, che cita Sozione (II sec.a.C., a sua volta basatosi su Timeo) a proposito degli studi giovanili di Parmenide presso Senofane, al quale poi preferisce il pitagorico Aminia. Parmenide eroizza post mortem Aminia, al quale attribuisce l’epiteto sacrale-eroico di Diochaites (che quindi non è un patronimico). Pp. 43-44: il poemetto epico composto, secondo Diog. Laert. 9, 20, da Senofane sulla colonizzazione di Elea, dimostra il suo stretto legame con la colonia (che frequentava e della quale forse era diventato cittadino) e la sua conoscenza diretta della più antica storia cittadina. Pp. 45-48: in Athen. 2, 54 = Xenoph. fr. 22 D.-K. brano in esametri composto da Senofane ad Elea e per i suoi abitanti. Tra i soggiorni occidentali prolungati di Senofane elencati da Diog. Laert. 9, 18, oltre a Zancle e Catania, c’era anche Elea, la cui menzione è da ipotizzare e da integrare in lacuna.

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Comunanze e differenze in ambito territoriale, abitativo e urbanistico riscontrabili tra i siti focesi esplorati, ossia la madrepatria Focea e le sue colonie, spec. Massalia, Elea, Emporion. Il concetto coniato da R.Martin nel 1973 di “modello foceo” va inteso più correttamente nel senso di città a vocazione commerciale, costruite in funzione del mare e meno interessate allo sfruttamento del territorio agricolo circostante. Pp. 401-404: l’organizzazione degli spazi pubblici nei siti focesi è poco nota. Ignota la posizione dell’agora di Focea, ipotetica quella dell’agora di Massalia, di Emporion e di Elea, forse tutte da collocare in prossimità delle rispettive zone portuali.

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ERACLEA

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Excursus sulla normativa d’età repubblicana ed imperiale in tema di tutela del patrimonio urbanistico ed architettonico delle città in Italia, compresa l’Urbs, e nelle province. Pp. 2-3: per la città di Roma la normativa più antica in materia è trasmessa nella tavola latina di Eraclea (45-44 a.C.), linn. 20-55. Nella Roma di età imperiale prevale l’interesse alla salvaguardia dei monumenti antichi, e per il controllo della cura urbis si dispone di una gerarchia burocratica, riformata agli inizi del IV sec. d.C., sulla quale ci informa la Notitia Dignitatum (inizi V sec. d.C.). Pp. 4-5: in ambito locale, la lex municipii Tarentini e poi le leges della Baetica, rivelano l’esistenza già a partire dalla prima metà del I sec. a.C. di una normativa diretta a disciplinare gli interventi edilizi nei municipi e nelle colonie. Pp. 6-11: per Roma e per l’Italia contro la demolizione di edifici a scopi speculativi due senatusconsulta, l’Hosidianum ed il Volusianum, trasmessi in CIL X 158 da Ercolano, ora perduta, e in Dig., 18, 1, 52 (Paul. 54 ad ed.). Testo originale, contenuto e scopi del s.c. Hosidianum (44-47 d.C.). Pp. 12-14: Testo originale, contenuto e scopi del s.c. Volusianum (56 d.C.). Pp. 15-23: altra normativa imperiale di fine I-IV sec. d.C. sulla cura e tutela degli edifici in Italia e nelle province e motivazioni economiche, sociali e religiose di tali disposizioni. Pp. 24-27: l’ultimo provvedimento in materia, limitato a Roma ed alla disastrosa situazione di degrado edilizio in essa esistente, è una costituzione di Maiorano del 458 d.C.

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Pp. 33-37: nei passi paralleli della costituzione giustinianea Tanta 8c = Δέδωκεν 8c, contenenti l’indicazione dei temi trattati in Dig. 50, il primo titolo, rispettivamente ad municipales = ὑπέρ τε πολιτῶν, corrisponde a quello della rubrica tripartita ad municipalem et de incolis in Dig., 50, 1. In riferimento alla stessa rubrica la riedizione della constitutio Tanta, inserita in Cod.Iust., 1, 17, 2, 8c riporta invece il titolo pro municipalibus. La Vulgata intitola la rubrica ad municipales et de incolis. Diversi tentativi, intrapresi dal XVI (Poliziano, Budé, Forunier, Cuiacio) al XX secolo, di mettere ordine tra le varianti attestate nella tradizione; prevalente nel complesso l’integrazione ad legem municipalem nelle edizioni di Dig., 50, 1. Pp. 38-39: su queste basi nasce la tesi, formulata da E.Dirksen (1817) e accolta da F.K.von Savigny (1838), secondo cui il testo della Tabula Heracleensis sarebbe stato parte di una legge comiziale voluta da Cesare per disciplinare in modo generale e uniforme l’ordinamento di tutti i municipi; a questa lex municipalis si riferirebbe anche il contenuto della rubrica di Dig., 50, 1. Superamento quasi unanime di questa tesi attraverso studi recenti (spec. M.H.Crawford nel 1998), che sostengono invece l’esistenza di una serie di leggi successive disciplinanti in generale determinate materie relative all’assetto dei municipi. Pp. 41-48: sul liber singularis ad municipalem, monografia che, pur comparendo nell’Index Florentinus, con attribuzione a Paolo, in realtà non fu utilizzata per la compilazione di Dig., 50, 1 e dei Digesta in assoluto. I passi dei Fragmenta Vaticana 237 e 243, disciplinanti la tutela dativa, costituiscono le uniche evidenze su carattere e contenuto del liber, che l’A. ritiene un repertorio elementare di norme attinenti all’organizzazione municipale o ad alcuni aspetti di essa, riconoscendovi il prodotto di una rielaborazione postclassica, riflessa oltretutto nell’uso sostantivale, raro e tardo (metà IV sec. d.C.), del termine municipalis nel titolo dell’opera, uso estraneo a Paolo, che invece e al pari della restante letteratura giurisprudenziale conosce solo quello aggettivale.

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Riflessioni sugli statuti municipali, specialmente spagnoli, scaturite dall’edizione della lex Irnitana curata da A.D’Ors e pubblicata a Roma nel 1986. Pp. 353-355 e 356-358: contro l’identificazione della tabula Heracleensis con una lex Iulia municipalis di età cesariana; l’ipotesi migliore sulla natura del testo eracleota sarebbe quella che vede in esso un “centone”, nato dalla fusione di tre leggi diverse e di tre epoche diverse. In realtà una lex Iulia municipalis generalis d’età cesariana o augustea, nel senso di legge-quadro per la municipalizzazione in Italia, non sarebbe mai esistita. Essa come le altre leges – ad es. Cornelia, Petronia, ecc. – citate epigraficamente, avrebbe avuto una portata non generale, ma geograficamente e giuridicamente circoscritta ad un singolo centro o ad un certo numero di centri. La tecnica compositiva della legislazione statutaria locale betica sarebbe consistita nell’aggiunta ad un “canovaccio” di base, antico e tralaticio, di prescrizioni di epoca e provenienza diverse, procedendo ad adattamenti ed all’inserimento di norme peculiari, anche preromane, del singolo municipio per rispondere ad esigenze, prassi e situazioni locali. P. 356: l’alto numero di statuti bronzei prodotti in Spagna sotto Domiziano potrebbe spiegarsi con l’ordine generalizzato da parte dell’Imperatore di incidere ed esporre pubblicamente gli statuti già esistenti ed in vigore da tempo. Pp. 359-360: a favore dell’esistenza di una pluralità di leggi municipali “individuali”, promulgate in tempi diversi, per luoghi e per materie diverse. Tendenza spontanea, e mai imposta da Roma, all’uniformità delle disposizioni statutarie locali. P. 361: le due leges Iuliae che, secondo Gaio, 4, 30 abolirono (con la lex Aebutia) il procedimento per legis actiones, sostituendolo con quello per formulas, andrebbero identificate con le augustee lex Iulia iudiciorum privatorum e lex Iulia iudiciorum publicorum (mentre D’Ors identifica una delle due leggi Iuliae con la lex Iulia municipalis). Pp. 362-364: l’editto di Vespasiano del 73/74 d.C. non si sarebbe limitato a concedere lo ius Latii alla Spagna, ma avrebbe anche impostato la struttura costituzionale di base dei neomunicipi latini. Equiparazione progressiva e sostanziale tra ius Latii e civitas Romana. Pp. 365-368: su singoli capitoli della lex Irnitana. Ad es. capp. 19 e 21, relativi alle magistrature locali. Sul cap. 28 e sull’ammissibilità dei Latini alle legis actiones, di cui la manumissio vindicta era un’applicazione.

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L’A. prende in esame alcune tavolette iscritte conservate presso il Museo Nazionale della Siritide di Policoro, che, rinvenute quasi tutte all’interno dell’area sacra di Demetra a est dello stesso Museo, sono state oggetto di una prima pubblicazione da parte di F.GHINATTI (Nuovi efori in epigrafi di Eraclea lucana, in: F.Krinziger – B.Otto – E.Walde-Psenner (eds.), Forschungen und Funde. Festschrift B. Neutsch, Innsbruck 1980, 137-143) e F.SARTORI (Dediche a Demetra in Eraclea lucana, in: ibidem, 401-415). Già ritenute dallo stesso Sartori come dediche di statuette fittili in onore della divinità, le tavolette sono reinterpretate dall’A. alla luce del confronto con i documenti di manomissione sacra della Grecia e dell’Asia Minore, redatti, come gli esemplari di Eraclea, su lamina di bronzo, un materiale utilizzato correntemente per gli atti pubblici e ufficiali. Le tavolette appaiono, infatti, riferibili a donne di condizione servile che avevano ottenuto la propria libertà all’interno del santuario di Eraclea lucana, non è chiaro se in seguito a una vera e propria fuga all’interno di questo o versando una somma di denaro alla divinità, con il più o meno tacito consenso dei loro proprietari e, soprattutto, delle loro proprietarie.

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Su Filostrato d’Ascalona, banchiere residente a Delo e cittadino onorario di Napoli, intorno al 100 a.C. Sul poeta A.Licinius Archia di Antiochia, cittadino onorario di Napoli, Reggio, Locri, Taranto ed Eraclea prima del 102 a.C. e residente a Roma. Su L.Manlius Sosis, greco di Catania, cittadino romano e decurione di Napoli. P. 136: proxenia in Magna Grecia. Pp. 137-138: lex Plautia Papiria (89 a.C.) e adscriptio. Pp. 138-139: lex Vatinia (59 a.C.), Cesare e i 500 Greci di Como.

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L’A. prende in esame i problemi di restituzione testuale, storici e cronologici della dedica degli Ipponiati a Olimpia che, incisa su uno scudo bronzeo di tipo beotico, celebra la vittoria da questi riportata sui Crotoniati assieme ai Medmei e ai Locresi (SEG XI, 1950, nr. 1211). L’integrazione del testo, che presenta interessanti impronte osche, e i caratteri epigrafici dello stesso consentono di datare l’iscrizione ad un momento successivo alla battaglia di Imera (480 a.C.), quando Locri e le sue sub-colonie risultano alleate dei Dinomenidi, allora impegnati in un tentativo di espansione verso il Tirreno meridionale e centrale, trovando un naturale antagonista proprio in Crotone, oltre che nelle comunità etrusche meridionali. L’A. propone come datazione più attendibile della dedica, il 475 a.C. (se non già l’anno precedente), nel contesto degli attacchi locresi (condotti a partire dalle colonie tirreniche, Ipponio in primis) contro gli avamposti tirrenici di Crotone, e degli intensi rapporti che l’ambito locrese intratteneva allora con Olimpia, sottolineati dalle vittorie di Eutimo nei giochi olimpici.

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L’A. analizza la tradizione relativa alla prima fase delle persecuzioni antipitagoriche, di cui siamo informati tramite Dicearco in Porfirio (VP 56). Il problema verte sul tentativo di Pitagora, in fuga da Crotone, di essere accolto a Locri, dopo essere stato cacciato da Caulonia e prima di essere respinto anche da Taranto. La notizia ha suscitato più di una perplessità, in quanto non si capirebbe per quale ragione Pitagora avrebbe cercato di trovare ospitalità a Locri, città retta da un governo aristocratico, come lo era del resto Crotone, da cui era stato appunto allontanato. In realtà, secondo quanto riportato da Aristosseno (frr. 33-41), gli insegnamenti di Pitagora prescrivevano che i giovani dovessero rispettare e osservare senza riserve le leggi della città, e non si capisce – osserva l’A. – la ragione dietro il rifiuto di ospitalità opposto al filosofo da città che, rette da aristocrazie, non dovevano essere insensibili alle implicazioni etiche, politiche e sociali della sua predicazione, di indubbia connotazione aristocratica e conservatrice. L’A. propone di attribuire la tradizione alla cerchia pitagorica di una polis magnogreca (forse, anche se non necessariamente, la stessa Locri). Elaborata tra la seconda metà del V e gli inizi del IV sec. a.C., in un momento di avvicendamenti costituzionali nelle città magnogreche, la tradizione avrebbe avuto un valore didattico, volto a dimostrare l’assoluta intangibilità delle istituzioni politiche, anche di quelle aristocratiche, che la predicazione pitagorica, sebbene connotata in senso conservatore, avrebbe potuto comunque mettere in discussione. L’aneddoto sarebbe dunque esemplificativo di un pitagorismo magnogreco ormai ridotto ad una precettistica legalistica e formale del tutto avulsa dalle sue originarie motivazioni etiche e dottrinali.

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The A. reconsiders the scholarly hypothesis according to which Perusia received a new institutional form (duovirate) on occasion of its reconstruction by Augustus in the 40s, after the end of the bellum Perusinum. Evidence of this evolution is provided by inscriptions indicating local citizens who were both IIIIviri and IIviri. Although this reconstruction is commonly accepted, the A. aims to show that this evolution could not take place during the triumviral age, as usually claimed, but much later (pp. 137-139). Thanks to a new autoptic analysis of CIL XI, 1934, the A. reconstructs the presence of an ethnic – possibly Tyriorum sagittariorum – in the title of the cohors mentioned in the inscription, which allows him to date the inscription to a period certainly later than the triumviral age (pp. 142-147). Therefore, as C.Atilius Glabrio is there indicated as a IIIIvir, we must conclude that quattorvirate still existed after the 40s, as is usually accepted. Further epigraphical evidence shows that the inscription dates back to the first half of the 1st cent. AD and therefore that C.Atilius Glabrio must have been IIIIvir in the same period (pp. 147-151). This would mean, on the other hand, that Perusia not only still had the quattorvirate in those years. If so, the refoundation of the city as well as the denomination Augusta Perusia and the introduction of the IIviri cannot have taken place earlier, that is after the end of the bellum Perusinum and on occasion of the following reconstruction of the city by Augustus. As to the chronology, other details allow the A. to date the inscription more precisely: after excluding Augustus, Caligula and Claudius – the latter used to add a further epithet to Augusta on occasion of refoundation of cities – the A. proposes Tiberius as possible founder of Augusta Perusia (pp. 150-152). This hypothesis also suggests reconsideration of many colonies called Augusta, which may be attributed to Tiberius rather than to Augustus. Indeed, further epigraphic evidence shows that Perusia did not possess the title of Augusta in the 40s (pp. 138-139), which means that the refoundation of the city had nothing to do with its reconstruction after the end of the bellum Perusinum (CIL IX, 1941). As to the historical context of the refoundation, the author thinks to a possible allocation of veterans in the frame of the reorganization of the territory between Ariminum and Reate during Tiberius’ age (pp. 153-154). On the other hand, it is also hypothesized that the refoundation of the city simply matched propagandistic needs, which aimed to celebrate between Augustus’ successor and the city that especially resisted Octavianus (p. 154). Either way, the juridical evolution of the city as well as the foundation of Augusta Perusia must have taken place not earlier than Tiberius’ principate.

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Excursus sulla normativa d’età repubblicana ed imperiale in tema di tutela del patrimonio urbanistico ed architettonico delle città in Italia, compresa l’Urbs, e nelle province. Pp. 2-3: per la città di Roma la normativa più antica in materia è trasmessa nella tavola latina di Eraclea (45-44 a.C.), linn. 20-55. Nella Roma di età imperiale prevale l’interesse alla salvaguardia dei monumenti antichi, e per il controllo della cura urbis si dispone di una gerarchia burocratica, riformata agli inizi del IV sec. d.C., sulla quale ci informa la Notitia Dignitatum (inizi V sec. d.C.). Pp. 4-5: in ambito locale, la lex municipii Tarentini e poi le leges della Baetica, rivelano l’esistenza già a partire dalla prima metà del I sec. a.C. di una normativa diretta a disciplinare gli interventi edilizi nei municipi e nelle colonie. Pp. 6-11: per Roma e per l’Italia contro la demolizione di edifici a scopi speculativi due senatusconsulta, l’Hosidianum ed il Volusianum, trasmessi in CIL X 158 da Ercolano, ora perduta, e in Dig., 18, 1, 52 (Paul. 54 ad ed.). Testo originale, contenuto e scopi del s.c. Hosidianum (44-47 d.C.). Pp. 12-14: Testo originale, contenuto e scopi del s.c. Volusianum (56 d.C.). Pp. 15-23: altra normativa imperiale di fine I-IV sec. d.C. sulla cura e tutela degli edifici in Italia e nelle province e motivazioni economiche, sociali e religiose di tali disposizioni. Pp. 24-27: l’ultimo provvedimento in materia, limitato a Roma ed alla disastrosa situazione di degrado edilizio in essa esistente, è una costituzione di Maiorano del 458 d.C.

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Analysis of the titulus pictus (cfr. SEG 40, 1990, no. 901, then read in genitive ἐφόρου Ἀριστοδάμου) as the first and unique piece of evidence testifying to the ephorate in Tarentum, so far never attested in literary and epigraphic sources (pp. 30-31). The sherds, found in a landfill site, are from a Chiote transport amphora (p. 25), dating to the end of the 4th century BC (p. 26). The titulus pictus is on the shoulder of the amphora (ὄρθ(ιος) or ὀρθ(ὸς) vacat Χ(ῖος) | ἔφορος Ἀριστόδαμος (p. 29). The words ἔφορος Ἀριστόδαμος work as chronological reference for the man buying the Chiotan wine contained in the amphora. The ephore mentioned is the eponymous magistrate (pp. 29-30), as in the Heraclean Tablets (F.GHINATTI, Nuovi efori in epigrafi di Eraclea lucana, in: F.Krinzinger – B.Otto – E.Walde-Psenner (eds.), Forschungen und Funde. Festschrift B.Neutsch, Innsbruck 1980, 137-143). More difficult the interpretation of the first three letters, which might indicate the capacity of the amphora or the price of the wine or indication of transport (i.e. “keep upright”). An overview of the offices attested at Tarentum in literary and epigraphic sources follows (pp. 30-34), which highlights the strong similarities in the constitutions of the Spartans and Tarentines. Literary sources mention a monarchy at Tarentum in the 6th century BC (Hdt. 3, 136) and a democracy in 473 BC (Hdt. 7, 170, 3; Arist. Pol. 5, 3, 1303a).

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La tradizione sui Sanniti-Pitanati rivelata da una serie di oboli argentei di metà IV sec.a.C. e dal racconto straboniano in Geogr. 5, 4, 12 si inserisce nell’ambito della politica filosannitica promossa da Taranto nel IV sec.a.C. La colonia greca, che rinsalda in questo periodo i suoi legami con la madrepatria, recupera la tradizione storica sul corpo scelto di Pitanati spartani [in Erodoto, Tucidide, Erodiano], giovani valorosi e con un forte senso dell’onore, al pari quindi dei peripoloi sanniti.

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L’A. analizza la glossa di Esichio composta dagli allotropi ΓΡΑΙΒΙΑ e ΓΡΑΙΤΙΑ, entrambi assegnati all’uso linguistico degli abitanti di Taranto e derivanti verosimilmente dalla stessa matrice, ΓραίϜια: in un caso si tratterebbe di un’evoluzione di tipo fonetico, nell’altro di un mero errore grafico (pp. 223-236). Le due parole riportate da Esichio erano già negli elenchi di antichi lessemi, in particolare nel repertorio di glosse tarantine di Diogeniano (pp. 224-226), il quale le tramandò in coppia, ritenendole variazioni della stessa parola. Al di là delle analisi fonetiche e morfologiche inerenti alla glossa di Esichio, di particolare interesse è la sezione in cui l’A. si occupa del carattere e significato della festa tarantina ΓραίϜια, una πανήγυρις che, diversamente da quanto ritenuto da alcuni studiosi, non era limitata alla componente anziana della polis, ma doveva invece coinvolgere tutta la popolazione tarantina (pp. 236-237). Il nome della stessa festa, d’altronde, rievoca proprio quei ΓραιϜοί/Γραικοί spartani, che ebbero un ruolo primario nella fondazione della colonia; la celebrazione della ΓραίϜια mirava, così, a rievocare simbolicamente e mantenere vivo il ricordo delle antiche origini della città (pp. 238-241).

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Pp. 640-642: la normativa contenuta nel cap. IV linn. 32-38 della lex municipii Tarentini, incisa nella prima metà del I sec. a.C. e disciplinante la tutela dell’impianto urbanistico e architettonico del centro municipale, col divieto di demolizione totale e parziale degli edifici privati e con relative sanzioni pecuniarie a carico dei trasgressori, costituisce il primo esempio noto di intervento normativo in questo campo. Provvedimenti analoghi sia per l’Urbs che per l’Italia – divieto di vendere e comprare edifici, di demolirli, di trasformarli parzialmente e sempre a scopo speculativo – furono presi dal governo centrale romano solo un secolo dopo, attraverso il senatusconsultum Hosidianum (44-46 d.C.) ed il senatusconsultum Volusianum (56 d.C.), i cui testi furono riportati nell’iscrizione da Ercolano CIL X 158, ora perduta (cfr. Dig. 18. 1. 52). Pp. 643-646: sullo sfondo dei provvedimenti del s.c. Hosidianum c’erano i problemi e le ripercussioni di un’intensa attività di speculazione sugli edifici e sul suolo svolta in tutta Italia. Pp. 647-650: il s.c. Hosidianum costituisce il primo esempio di senatoconsulto a carattere normativo con effetti operanti nel campo del diritto privato, prescrive infatti la sanzione della nullità della vendita a carico del venditore ed una multa a carico del compratore. La prescrizione relativa all’indagine sugli intenti negoziali del compratore poneva problemi interpretativi e di applicazione. Pp. 651-655: il senatoconsulto Volusiano si generò in risposta ad una postulatio di privati e quindi in obbedienza alle direttive del s.c. Osidiano che conferiva al senato romano il controllo permanente sulla correttezza dell’attività edilizia in Italia. Nel s.c. Volusiano si rende esplicito e tassativo il divieto, per ogni proprietario, di demolire edifici a scopo lucrativo.

G.MADDOLI, Falanto Spartiata (Strabone VI 3, 2 = Antioco F 13 J.), MEFRA 95, 1983, 555-564 [= in: G.MADDOLI, Magna Grecia. Tradizioni, culti, storia, a cura di A.M.Biraschi – M.Nafissi – F.Prontera, Perugia 2013, 137-143].
L’A. prende in esame la tradizione – basata sulla lettura ed esegesi del passo di Antioco F 13 Jacoby, trasmesso da Strabone VI 3, 2 – che riconosce in Falanto uno dei Partenî atimoi, ovvero i figli illegittimi di padri spartiati che egli avrebbe guidato alla fondazione di Taranto. Attraverso l’analisi delle fonti, l’A. colloca la vicenda di Falanto nel contesto storico e culturale della Sparta di età arcaica, in cui l’affrancamento rituale dei Partenî, di origine achea e non dorica, si sarebbe reso necessario per procedere alla ktisis della colonia, finalizzata a risolvere un problema sociale interno alla città. Nella sua duplice veste di spartiata e di individuo non pienamente integrato, la figura di Falanto permetterebbe di istituire un nesso tra la presenza laconica a Taranto e la Laconia di età micenea e non dorica, i cui rapporti con la Puglia trovano peraltro ampia attestazione archeologica.

M.SARGENTI, La disciplina urbanistica a Roma nella normativa di età tardo-repubblicana e imperiale, in: La città antica come fatto di cultura, Atti del Convegno di Como e Bellagio, 16-19 giugno 1979, Como 1983, 265-284.
Pp. 267-269: nello statuto municipale di Taranto, in quello di Urso ed in quello di Malaga si dispone, con quasi assoluta identità di formulazione e di tecnica, sul divieto di distruggere e demolire edifici nel contesto urbano. L’uniformità di tali disposizioni, che si diversificano solo per quanto riguarda le deroghe al divieto, più che con una derivazione da un modello statutario generale e comune, va spiegata con la fondamentale identità dei problemi. Tali disposizioni, autorizzando l’intervento ed il controllo dei poteri pubblici sulla proprietà edilizia, limitano la disposizione teoricamente illimitata del dominus, ossia la sua libertà teoricamente illimitata di disposizione dei propri edifici. Connotati privatistici degli strumenti processuali (iudicia recuperatoria) e delle sanzioni pecuniarie a contenuto estimatorio previste nei tre statuti. Pp. 271-273: la normativa statutaria locale, in Italia e nelle province, che a partire dalla prima metà del I sec. a.C. disciplina l’attività edilizia in municipi e colonie, precede di circa un secolo provvedimenti legislativi in materia analoga e validi per l’Urbs e per l’Italia emanati in età giulio-claudia, come i due senatoconsulti Osidiano e Volusiano trasmessi in CIL X 158, ora perduta, cfr. Dig. 18. 1. 52. Pp. 274-276: sfondo politico e socio-economico dei due senatoconsulti. Pp. 276-278: contenuto del s.c. Hosidianum (44-46 d.C.), che vietava di vendere e comprare edifici a fini speculativi. Pp. 279-281: contenuto del senatusconsultum Volusianum (56 d.C.), che vietava esplicitamente anche al proprietario di un edificio la demolizione dello stesso a fini speculativi. Pp. 281-284: sui successivi provvedimenti imperiali – di Vespasiano, Adriano, Marco Aurelio, Alessandro Severo, Diocleziano, Costantino – disciplinanti la stessa materia, e quindi in sostanza diretti a reprimere ed impedire ogni forma di speculazione edilizia.

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Su lastra di marmo nel lapidario del Museo Nazionale di Taranto breve testo funerario latino e greco di II sec.d.C. riguardante una giovane donna morta per avvelenamento. Il testo costituisce un’ulteriore prova del perdurare della grecità a Taranto sino in età medio-imperiale.

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Nuova interpretazione e traduzione (p. 98) delle linee 7-14 della lex Tarentina [CIL I2 (1918) 590 = Dessau, ILS 6086 = M.H.CRAWFORD (ed.), Roman Statutes, London 1996, n. 15] relative al primo collegio magistratuale presente e/o arrivato a Taranto ed alle operazioni di prestazione, accettazione e trascrizione delle garanzie da parte dei magistrati municipali. P. 96-97: l’espressione quei eorum Tarentum venerit (l.7) si riferisce all’unico IIIIvir nominato e inviato da Roma, e in tal modo costui viene identificato rispetto a chi si trovava già sul posto. P. 94-95: quei (eorum) pro se praes stat (l.9) sarebbe un magistrato o futuro magistrato che garantisce per se stesso presso quei eorum Tarentum venerit. P. 98-99: analogie tra legislazione municipale, leges provinciali e deduzioni coloniarie. P. 100-104: specificazione di origine, nomina e competenze del magistrato/commissario costituente.

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Tromba-lituus, scudo e ascia bronzei nel deposito votivo all’ingresso dell’edificio beta nell’area sacrale e istituzionale di Tarquinia [inizi VII sec.a.C.]. Si tratta di un’associazione di simboli rappresentativi del supremo potere regale, in ambito religioso-giuridico e politico-militare, di diretta ascendenza divina e proprio dell’assetto monarchico di fine VIII-VII sec.a.C. che precede le forme tiranniche.

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L’A. riesamina l’ipotesi normalmente accettata secondo cui il tribunato della plebe sarebbe stato introdotto nelle comunità italiche su imitazione delle colonie latine, le quali, a loro volta, lo avrebbero ereditato da Roma. Partendo dalla constatazione che il tribunato della plebe non è attestato nelle colonie latine, a differenza della questura, e che il termine plebs giuridicamente non si adatta al contesto delle comunità italiche, l’A. affronta la questione sulla base di una serie di iscrizioni in osco in cui si menzionano uno o più tribuni della plebe (p. 45). Fermo restando che l’osco plífríks corrisponde all’equivalente latino *plebiscus, l’A. mostra come il termine tríbuf / tribúf, che ricorre variamente declinato nelle iscrizioni prese in analisi, non vada ricollegato al latino tribunus da tribus, poiché in tal caso la forma trif– sarebbe stata attesa, ma alla parola italica *trēb-, dal significato di “costruttore” (pp. 45-46). L’A. collega quindi questa magistratura all’edilità romana e nega, nel contempo, che essa fosse collegata al tribunato della plebe romano (p. 46). L’aggettivo plífríks sarebbe stato aggiunto per distinguere questa magistratura dal tribunato militare, che gli Italici dovevano ben conoscere, dato che servivano nell’esercito romano (p. 47). Il caso in questione rientrerebbe sì perfettamente nel quadro della diffusione di magistrature romane in ambito italico (in ogni caso l’edilità e non il tribunato della plebe), ma dimostrerebbe anche e una volta in più la libertà con cui esse erano adattate in ambito italico (p. 48).

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TERAMO

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TERINA

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E.GIANNICO, Magistrature di Crotone e di centri sotto la sua influenza, Incidenza dell’Antico 6, 2008, 215-240.
L’A. raccoglie le testimonianze epigrafiche da Crotone (SEG 53, 2003, 1077), Petelia (IG XIV, 636), Crimisa, Caulonia e Terina (SEG 4, 1929, risp. 75, 71, 73) (pp. 215-227), inoltre quelle letterarie, i.e. Ateneo XII 522a (= Tim. FGrHist 566 F 44) (pp. 227-232), utili a tracciare un quadro delle istituzioni di Crotone e di alcuni centri sotto la sua influenza. Particolare attenzione è data alle magistrature della pritania e della demiurgia, che trovano spiegazione della loro esistenza a Crotone nel rapporto tra metropoli e colonia, secondo una tesi già sviluppata negli anni ‘60 da S.Mazzarino (pp. 233-237).

R.SPADEA, Prime voci di un abitato in contrada Iardini di Renda (S.Eufemia Vetere), in: G.De Sensi Sestito (ed.), La Calabria tirrenica nell’antichità: nuovi documenti e problematiche storiche, Atti del Convegno, Rende 23-25 novembre 2000, Soveria Mannelli 2008, 413-420.

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M.L.LAZZARINI, Una nuova lamina bronzea iscritta dal territorio lametino, ArchClass 56, 2005, 453-460.
Frammento di lamina bronzea rinvenuto nel 2002 durante gli scavi in loc. Iardini di Renda (Lamezia Terme), nella piana di S.Eufemia. Testo greco arcaico di inizi V sec.a.C. su nove righe, di cui è superstite solo la parte centrale. In apertura probabile sequenza di nomi propri. Lin. 9 sicura menzione del damiurgo eponimo: δαμ]ιοργέο[ντος. Lin. 8 probabile menzione del pritane: πρυτανεύ]οντος.

G.DE SENSI SESTITO – S.MANCUSO, Il Lametino antico e Terina-Magna Grecia dall’età protostorica all’età romana, in: F.Mazza (ed.), Lamezia Terme. Storia cultura ed economia, Soveria Mannelli 2001, 22-57.

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TODI

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TORTORA

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M.L.LAZZARINI – P.POCCETTI, Il mondo enotrio tra VI e V secolo a.C. Atti dei seminari napoletani (1996-1998): L’iscrizione paleoitalica da Tortora, Napoli 2001.
Testo lacunoso [Ps 20] di fine VI – inizi V sec.a.C.; iscritto con andamento bustrofedico su tre lati (A, B, C) e sulla faccia superiore (E) di un cippo in calcare locale trovato nel 1991 in un contesto di reimpiego vicino ad una necropoli enotria. Lingua paleoitalica, alfabeto acheo. Legge sacra o civica; contenuto prescrittivo. Il documento costituisce la più antica attestazione dell’esistenza nel mondo italico di una tradizione giuridica e normativa legata alla scrittura e indipendente dalla tradizione romana (190). In A-1: forse derivato da okri (73). In A-5: probabile rito augurale (102-105), connesso ad una pratica di terminatio, in B-3 (149-155), di uno spazio di ignota pertinenza. In C – 1: derivato da touta (68-72; 158-160; 186). Foto + apografi: 13-15; 18-19; 57-61.

R.DONNARUMMA – L.TOMAY, La necropoli di San Brancato di Tortora, in: G.F.La Torre – A.Colicelli (eds.), Nella terra degli Enotri. Tortora e la valle del Noce nell’antichità, Atti del Convegno di Studi, Tortora, 18-19 aprile 1998, Paestum 2000, 49-59.

G.F.LA TORRE – A.COLICELLI (eds.), Nella terra degli Enotri. Tortora e la valle del Noce nell’antichità, Atti del Convegno di Studi, Tortora, 18-19 aprile 1998, Paestum 2000.

M.L.LAZZARINI – P.POCCETTI, L’iscrizione paleo-italica da Tortora (San Brancato): prime valutazioni, in: G.F.La Torre – A.Colicelli (eds.), Nella terra degli Enotri. Tortora e la valle del Noce nell’antichità, Atti del Convegno di Studi, Tortora, 18-19 aprile 1998, Paestum 2000, 61-71.
Testo lacunoso [Ps 20] di fine VI – inizi V sec.a.C.; iscritto con andamento bustrofedico su tre lati (A, B, C) e sulla faccia superiore (E) di un cippo in calcare locale trovato nel 1991 in un contesto di reimpiego vicino ad una necropoli enotria. Lingua paleoitalica, alfabeto acheo. Legge sacra o civica; contenuto prescrittivo. In C – l. 1: derivato da touta (p.68). Foto: Tavv. XXXII-XXXIII.

G.F.LA TORRE, Tortora (CS). Località Palecastro. Blanda alla luce delle prime ricerche, Bollettino di Archeologia 8, 1991, 133-155.


TREGLIA

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M.H.CRAWFORD, Tribunes in Italy, in: G.Rocca (ed.), Le lingue dell’Italia antica. Iscrizioni, testi, grammatica. Die Sprachen Altitaliens. Inschriften, Texte, Grammatik. In memoriam Helmut Rix (1926-2004), Atti del Convegno Internazionale, Milano, 7-8 marzo 2011, Άλεξάνδρεια – Alessandria 5, 2011, 45-48.
L’A. riesamina l’ipotesi normalmente accettata secondo cui il tribunato della plebe sarebbe stato introdotto nelle comunità italiche su imitazione delle colonie latine, le quali, a loro volta, lo avrebbero ereditato da Roma. Partendo dalla constatazione che il tribunato della plebe non è attestato nelle colonie latine, a differenza della questura, e che il termine plebs giuridicamente non si adatta al contesto delle comunità italiche, l’A. affronta la questione sulla base di una serie di iscrizioni in osco in cui si menzionano uno o più tribuni della plebe (p. 45). Fermo restando che l’osco plífríks corrisponde all’equivalente latino *plebiscus, l’A. mostra come il termine tríbuf / tribúf, che ricorre variamente declinato nelle iscrizioni prese in analisi, non vada ricollegato al latino tribunus da tribus, poiché in tal caso la forma trif– sarebbe stata attesa, ma alla parola italica *trēb-, dal significato di “costruttore” (pp. 45-46). L’A. collega quindi questa magistratura all’edilità romana e nega, nel contempo, che essa fosse collegata al tribunato della plebe romano (p. 46). L’aggettivo plífríks sarebbe stato aggiunto per distinguere questa magistratura dal tribunato militare, che gli Italici dovevano ben conoscere, dato che servivano nell’esercito romano (p. 47). Il caso in questione rientrerebbe sì perfettamente nel quadro della diffusione di magistrature romane in ambito italico (in ogni caso l’edilità e non il tribunato della plebe), ma dimostrerebbe anche e una volta in più la libertà con cui esse erano adattate in ambito italico (p. 48).

D.CAIAZZA (ed.), Trebula Balliensis. Notizia preliminare degli scavi e restauri 2007-2008-2009, Piedimonte Matese 2009.

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TRIVENTO

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TURI-COPIA

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From the analysis of an unpublished marble fragment bearing a Latin inscription, which joins with other two marble fragments (dating: Julio-claudian period) – pp. 111-113, the author tries to reconstruct the role and the figure of L. Vinuleius Brocchus as responsible of acts of euergetism in the town of Copia-Thurii, especially for the construction of an important public edifice of dubious interpretation (a schola or an esedra) – pp. 115-116 – and in general for the urban set up (p. 118). The hypothesis that the recostruction between the 1st cent. BC and the 1st-2nd cent AD period was also promoted by Caesar, Augustus or other member of the Augustan family is also highly likely as archaeological evidence suggest (pp. 119-120).

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TUSCANIA

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TUSCULUM

D.GOROSTIDI PI – J.NÚÑEZ MARCÉN, Un frammento dei fasti consulares dal foro di Tusculum, ZPE 199, 2016, 223-230.
Edition of a nearly triangular fragment (60 x 40 x 9 cm) of inscribed stone discovered in the Forum area of Tusculum in September 2009, bearing part of the text of Roman Fasti Consulares. After having described the physical characteristics of the document [p. 223], the A. dwell on the listing criteria of the text, which for their lack of mention of local elements resemble the several specimens from other communities [p. 225]. Then follows the edition of the text with some accurate photographic images [pp. 226-227 with figs. 2, 4a, 5 and 6]. Of the two surviving columns of text, in the first one are the consuls from 7 to 9 AD, while the second one is divided between two sections by a vacat: in the upper one are some fragmentary names, which the A. turn out to identify with the highest magistrates from 49 to 48 BC; the lower one prosecutes the list of the first column but presents some puzzling elements, for there appear consuls from 11 to 16 AD – without giving account of 10 AD – and then the list goes back to collecting the names of the highest magistrates from 47 to 45 BC [pp. 228-229]. In conclusion, the A. highlight that the Fasti of Tusculum, clearly of public relevance, belong likely to the period of transition which brought to the affirmation of the new regime of Augustus [p. 230].

D.GOROSTIDI PI – E.RUIZ VALDERAS, Un nuovo aedilis lustralis procedente de Tusculum (Lacio, Italia), ZPE 178, 2011, 273-278.


VASTO

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L’A. riesamina l’ipotesi normalmente accettata secondo cui il tribunato della plebe sarebbe stato introdotto nelle comunità italiche su imitazione delle colonie latine, le quali, a loro volta, lo avrebbero ereditato da Roma. Partendo dalla constatazione che il tribunato della plebe non è attestato nelle colonie latine, a differenza della questura, e che il termine plebs giuridicamente non si adatta al contesto delle comunità italiche, l’A. affronta la questione sulla base di una serie di iscrizioni in osco in cui si menzionano uno o più tribuni della plebe (p. 45). Fermo restando che l’osco plífríks corrisponde all’equivalente latino *plebiscus, l’A. mostra come il termine tríbuf / tribúf, che ricorre variamente declinato nelle iscrizioni prese in analisi, non vada ricollegato al latino tribunus da tribus, poiché in tal caso la forma trif– sarebbe stata attesa, ma alla parola italica *trēb-, dal significato di “costruttore” (pp. 45-46). L’A. collega quindi questa magistratura all’edilità romana e nega, nel contempo, che essa fosse collegata al tribunato della plebe romano (p. 46). L’aggettivo plífríks sarebbe stato aggiunto per distinguere questa magistratura dal tribunato militare, che gli Italici dovevano ben conoscere, dato che servivano nell’esercito romano (p. 47). Il caso in questione rientrerebbe sì perfettamente nel quadro della diffusione di magistrature romane in ambito italico (in ogni caso l’edilità e non il tribunato della plebe), ma dimostrerebbe anche e una volta in più la libertà con cui esse erano adattate in ambito italico (p. 48).

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