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MALTA

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MARSALA 

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L’A. presenta un’iscrizione latina di grande interesse storico-linguistico rinvenuta nel 2008 nell’area archeologica di Lilibeo [p. 21]. Riutilizzata nel cardo della città antica, l’epigrafe è incisa su un grande blocco calcareo, rotto in due pezzi e danneggiato nella porzione inferiore della fronte. La presenza di incassi sulla superficie superiore del blocco ne attesta l’originaria appartenenza ad una base di statua o di un altro oggetto [p. 22]. L’iscrizione correva su quattro linee, di cui le prime tre leggibili o ricostruibili con certezza. Della quarta riga si conservano solo alcune lettere della metà sinistra, che risultano tracciate in dimensioni più piccole rispetto alla parte restante del testo. Da un punto di vista paleografico l’epigrafe sembra riferibile alla fine del II – inizi del I secolo a.C., ma l’A. ne propone una prudente datazione al periodo compreso tra il 120 e il 50 a.C., senza tuttavia trascurare alcune considerazioni di carattere storico che permetterebbero di restringere la cronologia al 100-90 a.C. Il testo fa esplicito riferimento alla dedica di un fanum di Ercole Nuritano da parte di alcuni Frentani insediati in Sicilia [p. 24] e di C. Fannius Mina(ti) f(ilius). Il gentilizio Fannius è ampiamente attestato nell’area italica, sabellica e romana, ma fonti letterarie ed epigrafiche ne documentano la diffusione anche in Sicilia [pp. 26-27]. I Frentani citati nell’iscrizione, che possiamo immaginare “trapiantati” in Sicilia, mostrano uno spiccato senso identitario e confermano la presenza di Italici nell’isola durante il periodo romano [pp. 30-31]. Per quanto riguarda il culto di Ercole, oggetto di una particolare devozione da parte dei mercatores italici, è qui citato con un’epiclesi singolare: quel Nouritanos, che rappresenta un hapax, rimanda a etnici e toponimi di Sardegna, dove trova riscontri epigrafici [pp. 32-33]. L’iscrizione di Lilibeo non documenta solo la fondazione di un luogo di culto in onore di Ercole, ma evoca anche la presenza in Sicilia di Italici organizzati come gruppo, in un momento di poco antecedente o posteriore la Guerra Sociale (90-88 a.C.). [J. Piccinini]

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The A. is concerned with a dedicatory inscription found in 2008 at excavations at Capo Boeo, Marsala, which provides us with the name of the Severian colony of Agrigentum. By comparing the inscriptions with parallels the A. comes to the conclusion that the inscription may deal with the dedication to a patron of Agrigentum, who had this statue erected at his estate in Lilybaeum [pp.455-459]. Then the A. connects the elevation of Agrigent to a colony with the politics of Septimius Severus, who favoured certain territories like Mesopotamia and Africa as well as communities, which had stayed loyal to him during the civil war [pp.459-461]. Sicily too, where Severus had been proconsul in 189/190, flourished under his reign, which is attested by archaeological and epigraphical sources [pp.461-463]. Looking for a suitable patron the A. suggests that the prominent Stertinii family could have been present in Lilybaeum and that a member of this family may be considered as being the honoured patron [pp.462-465]. [N. Rafetseder]

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Secondo l’A. l’amministrazione iniziale della colonia (e non del presunto municipium) sarebbe stata affidata ad un quattuorvirato indistinto (vd. ad es. i programmata in lingua osca); la distinzione delle due coppie magistratuali di duoviri ed edili avviene solo successivamente [pp. 114-116]. Su Cic. pro Sulla 60-62; esistenza a Pompei di circoscrizioni elettorali (suffragia e non vici; inoltre ambitio e non ambulatio) su base territoriale e i Pompeiani, nonostante in numero maggiore rispetto ai coloni, sarebbero stati ripartiti in un numero inferiore di circoscrizioni, da qui il dissenso [pp. 117-120]. Esistenza di una divisione fisica fra i Pompeiani, residenti nel centro urbano/oppidum, e i coloni insediati nell’ager (ad es. pagus Augustus Felix suburbanus) [pp. 120-121]. [L. Cappelletti]

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SOLUNTO

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Through reinterpretation of archaelogic evidence the A. suggests a new approach regarding the urban development of Solunt. Neither the road plan nor those buildings, which where until now identified as punic temples, can confidently be put in a punic context. In fact the essential phase of urban development and monumentalization seems to have taken place under Roman rule [pp. 767-779]. The building complex around the agora was so far seen as a holy district, based on the discovery of stone plates, which might resemble a punic baityloi-altar. The A. comes to the conclusion that neither the stone plates themselves nor any of the surrounding buildings prove a sacred nature of the complex. The buildings could rather have been used in a profane and functional way, serving maybe as a prytaneion [pp. 779-786]. By giving parallels from Italy, the A. also questions the punic origin of a temple near the theatre. He concludes his article with the indication that we should reconsider the actual punic influence on the urban development of Solunt [pp. 786-794]. [N. Rafetseder]

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Durch die Neulesung eines Wortes einer finanzielle Angelegenheiten betreffenden Inschrift (IG XIV 423) aus Tauromenion schlägt der A. eine Neudeutung der Institutionen in dieser Gemeinde vor. Seiner Meinung nach handelt es sich nicht, wie von den bisherigen Editoren vorgeschlagen, um ἀγέρται ἀπὸ σιτωνίας, sondern um ἀγέρται τοῖς ἀπὸ συγκλήτου, also ἀγέρται, die aus den Rängen der σύγκλητος ausgewählt wurden. Dieses für Magna Graecia und Sizilien belegte Wort deutet auf einen Rat hin, der entweder als Ersatz für die βουλή oder neben dieser in Tauromenion existiert haben könnte [p.196]. Da sowohl die ἀγέρται als auch die Institutionen in Tauromenion schlecht belegt sind, ist die genaue Funktion dieser Beamten schwer zu bestimmen. Der A. lässt die genaue Funktion der ἀγέρται, neben denen auch reguläre σιτῶναι in Tauromenion belegt sind, offen, ebenso die Frage, ob es nur ἀγέρται ἀπὸ σύγκλητος gab oder auch solche, die aus anderen Gruppen ausgewählt wurden. Es scheint für den A. aber gut möglich, dass die ἀγέρται mit dem Eintreiben von Geldern aus sakralen und öffentlichen Arealen beschäftigt waren und mit den σιτῶναι immer wieder zusammenarbeiteten. Außerdem ist es nun naheliegend, dass der Rat eine Kontrolle über den σιτώνιον ausgeübt hat [p.197]. [N. Rafetseder]

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F.BATTISTONI, Time(s) for Tauromenion: the Pilaster with the List of the Stratagoi (IG XIV 421) – The Antikythera Mechanism, ZPE 179, 2011, 171-188.
Der A. befasst sich in seinem Artikel mit einer schwer zu deutenden stratagoi-Liste aus Tauromenion (IG XIV 421). Nach der Beschreibung der Stele, die auf drei verschiedenen Seiten (I, II, III) beschrieben ist [pp. 171-174], nimmt sich der A. einer alten These Eugen Bormanns an, wonach Seite II vor den anderen beiden und kurz nach einer zivilen Neuordnung beschriftet worden ist, wofür der Erste Sklavenkrieg (135-132 v. Chr.) in Frage kommt, infolge dessen Tauromenion besetzt wurde. Die Liste setzt sich auf III rechts oben fort. Die Liste auf I (mit einem Fortsatz auf der linken Ecke von III) gibt die Strategen vor dem ersten Sklavenkrieg wieder und wurde irgendwann nach diesem Ereignis in einem einzigen Arbeitsgang und von derselben Hand graviert und würde gemäß der theoretischen Datierung die Strategen ab Ende des 1. Punischen Krieges (230 v. Chr.) aufzählen [pp. 174-180]. Die Neuordnung der Gemeinde nach dem Ersten Sklavenkrieg, würde auch eine betriebliche Pause in einer Inschrift der Akademie von Tauromenion erklären, die mit der Chronologie der Strategen-Liste in Einklang gebracht werden kann. Abschließend kommt der A. noch auf die beiden letzten Strategen am Ende von III zu sprechen, die möglicherweise als eines der ersten duoviri-Kollegien einer bereits an römische Organisationsformen angepassten Gemeinde gedeutet werden könnten [pp. 180-182], sowie auf interessante Aspekte betreffend den Kalender von Tauromenion [pp. 182-184]. Dieser teilt zwar einige Monatsnamen und die Abfolge dieser mit dem Mechanismus von Antikythera, womit für beide ein Ursprung im korinthischen Kalendersystem zu vermuten ist (im Fall von Tauromenion vielleicht über die korinthische Kolonie Syrakus vermittelt), jedoch scheinbar nicht die zeitliche Positionierung dieser Monate im Kalenderjahr (z.B. scheint der letzte Monat des tauromenischen Kalenders, Eukleios, der Schaltmonat und somit 6. Monat des antikytherischen Mechanismus zu sein) [pp. 185-187]. [N. Rafetseder]

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La tradizione sui Sanniti-Pitanati rivelata da una serie di oboli argentei di metà IV sec.a.C. e dal racconto straboniano in Geogr. 5.4.12 si inserisce nell’ambito della politica filosannitica promossa da Taranto nel IV sec.a.C. La colonia greca, che rinsalda in questo periodo i suoi legami con la madrepatria, recupera la tradizione storica sul corpo scelto di Pitanati spartani (in Erodoto, Tucidide, Erodiano), giovani valorosi e con un forte senso dell’onore, al pari quindi dei peripoloi sanniti. [L. Cappelletti]

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L’A. analizza la glossa di Esichio composta dagli allotropi ΓΡΑΙΒΙΑ e ΓΡΑΙΤΙΑ, entrambi assegnati all’uso linguistico degli abitanti di Taranto e derivanti verosimilmente dalla stessa matrice, ΓραίϜια: in un caso si tratterebbe di un’evoluzione di tipo fonetico, nell’altro di un mero errore grafico [pp. 223-236]. Le due parole riportate da Esichio erano già negli elenchi di antichi lessemi, in particolare nel repertorio di glosse tarantine di Diogeniano [pp. 224-226], il quale le tramandò in coppia, ritenendole variazioni della stessa parola. Al di là delle analisi fonetiche e morfologiche inerenti alla glossa di Esichio, di particolare interesse è la sezione in cui l’A. si occupa del carattere e significato della festa tarantina ΓραίϜια, una πανήγυρις che, diversamente da quanto ritenuto da alcuni studiosi, non era limitata alla componente anziana della polis, ma doveva invece coinvolgere tutta la popolazione tarantina [pp. 236-237]. Il nome della stessa festa, d’altronde, rievoca proprio quei ΓραιϜοί/Γραικοί spartani, che ebbero un ruolo primario nella fondazione della colonia; la celebrazione della ΓραίϜια mirava, così, a rievocare simbolicamente e mantenere vivo il ricordo delle antiche origini della città [pp. 238-241]. [J. Piccinini]

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La normativa contenuta nel cap. IV, linn. 32-38 della lex municipii Tarentini (prima metà del I sec. a.C.) disciplina la tutela dell’impianto urbanistico e architettonico del centro municipale, col divieto di demolizione totale e parziale degli edifici privati e con relative sanzioni pecuniarie a carico dei trasgressori; tali disposizioni costituiscono il primo esempio noto di intervento normativo in questo campo. Provvedimenti analoghi sia per l’Urbs che per l’Italia – divieto di vendere e comprare edifici, di demolirli, di trasformarli parzialmente e sempre a scopo speculativo – furono presi dal governo centrale romano solo un secolo dopo, attraverso il senatusconsultum Hosidianum (44-46 d.C.) ed il senatusconsultum Volusianum (56 d.C.), i cui testi furono riportati nell’iscrizione da Ercolano CIL X 158, ora perduta (cfr. Dig. 18.1.52) [pp. 640-642]. Sullo sfondo dei provvedimenti del s.c. Hosidianum c’erano i problemi e le ripercussioni di un’intensa attività di speculazione sugli edifici e sul suolo svolta in tutta Italia [pp. 643-646]. Il s.c. Hosidianum costituisce il primo esempio di senatoconsulto a carattere normativo con effetti operanti nel campo del diritto privato, prescrive infatti la sanzione della nullità della vendita a carico del venditore ed una multa a carico del compratore. La prescrizione relativa all’indagine sugli intenti negoziali del compratore poneva problemi interpretativi e di applicazione [pp. 647-650]. Il senatoconsulto Volusiano si generò in risposta ad una postulatio di privati e quindi in obbedienza alle direttive del s.c. Osidiano che conferiva al senato romano il controllo permanente sulla correttezza dell’attività edilizia in Italia. Nel s.c. Volusiano si rende esplicito e tassativo il divieto, per ogni proprietario, di demolire edifici a scopo lucrativo [pp. 651-655]. [L. Cappelletti]

G.MADDOLI, Falanto Spartiata (Strabone VI 3, 2 = Antioco F 13 J.), MEFRA 95, 1983, 555-564 [= in: G.MADDOLI, Magna Grecia. Tradizioni, culti, storia, a cura di A.M.Biraschi – M.Nafissi – F.Prontera, Perugia 2013, 137-143].
L’A. prende in esame la tradizione – basata sulla lettura ed esegesi del passo di Antioco F 13 Jacoby, trasmesso da Strabone 6.3.2 – che riconosce in Falanto uno dei Partenî atimoi, ovvero i figli illegittimi di padri spartiati che egli avrebbe guidato alla fondazione di Taranto. Attraverso l’analisi delle fonti, l’A. colloca la vicenda di Falanto nel contesto storico e culturale della Sparta di età arcaica, in cui l’affrancamento rituale dei Partenî, di origine achea e non dorica, si sarebbe reso necessario per procedere alla ktisis della colonia, finalizzata a risolvere un problema sociale interno alla città. Nella sua duplice veste di spartiata e di individuo non pienamente integrato, la figura di Falanto permetterebbe di istituire un nesso tra la presenza laconica a Taranto e la Laconia di età micenea e non dorica, i cui rapporti con la Puglia trovano peraltro ampia attestazione archeologica. [J. Piccinini]

M.SARGENTI, La disciplina urbanistica a Roma nella normativa di età tardo-repubblicana e imperiale, in: La città antica come fatto di cultura, Atti del Convegno di Como e Bellagio, 16-19 giugno 1979, Como 1983, 265-284.
Nello statuto municipale di Taranto, in quello di Urso ed in quello di Malaga si dispone, con quasi assoluta identità di formulazione e di tecnica, sul divieto di distruggere e demolire edifici nel contesto urbano. L’uniformità di tali disposizioni, che si diversificano solo per quanto riguarda le deroghe al divieto, più che con una derivazione da un modello statutario generale e comune, va spiegata con la fondamentale identità dei problemi. Tali disposizioni, autorizzando l’intervento ed il controllo dei poteri pubblici sulla proprietà edilizia, limitano la disposizione teoricamente illimitata del dominus, ossia la sua libertà teoricamente illimitata di disposizione dei propri edifici. L’A. evidenzia i connotati privatistici degli strumenti processuali (iudicia recuperatoria) e delle sanzioni pecuniarie a contenuto estimatorio previste nei tre statuti [pp. 267-269]. La normativa statutaria locale, in Italia e nelle province, che a partire dalla prima metà del I sec. a.C. disciplina l’attività edilizia in municipi e colonie, precede di circa un secolo provvedimenti legislativi in materia analoga e validi per l’Urbs e per l’Italia emanati in età giulio-claudia, come i due senatoconsulti Osidiano e Volusiano trasmessi in CIL X 158, ora perduta (cfr. Dig. 18.1.52) [pp. 271-273]. Sullo sfondo politico e socio-economico dei due senatoconsulti [pp. 274-276]. Contenuto del s.c. Hosidianum (44-46 d.C.), che vietava di vendere e comprare edifici a fini speculativi [pp. 276-278]. Contenuto del senatusconsultum Volusianum (56 d.C.), che vietava esplicitamente anche al proprietario di un edificio la demolizione dello stesso a fini speculativi [pp. 279-281]. Sui successivi provvedimenti imperiali – di Vespasiano, Adriano, Marco Aurelio, Alessandro Severo, Diocleziano, Costantino – disciplinanti la stessa materia, e quindi in sostanza diretti a reprimere ed impedire ogni forma di speculazione edilizia [pp. 281-284]. [L. Cappelletti]

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Su lastra di marmo nel lapidario del Museo Nazionale di Taranto è inciso un breve testo funerario latino e greco di II sec.d.C. riguardante una giovane donna morta per avvelenamento. Il testo costituisce un’ulteriore prova del perdurare della grecità a Taranto sino in età medio-imperiale. [L. Cappelletti]

M.PANI, Sulla costituzione del municipio tarantino, in: Studi in memoria di G.Marzano, Ricerche e Studi 12, 1979[1983], 93-104.
Nuova interpretazione e traduzione [p. 98] delle linee 7-14 della lex Tarentina (CIL I2, 1918, 590 = Dessau, ILS 6086 = M.H. Crawford (ed.), Roman Statutes, London 1996, nr. 15) relative al primo collegio magistratuale presente e/o arrivato a Taranto ed alle operazioni di prestazione, accettazione e trascrizione delle garanzie da parte dei magistrati municipali. L’espressione quei eorum Tarentum venerit (l. 7) si riferisce secondo l’A. all’unico IIIIvir nominato e inviato da Roma, e in tal modo costui viene identificato rispetto a chi si trovava già sul posto [pp. 96-97]. Nell’espressione quei (eorum) pro se praes stat (l.9) sarebbe indicato un magistrato o futuro magistrato che garantisce per se stesso presso quei eorum Tarentum venerit [pp. 94-95]. Sulle analogie tra legislazione municipale, leges provinciali e deduzioni coloniarie [pp. 98-99]. Specificazione di origine, nomina e competenze del magistrato/commissario costituente [pp. 100-104]. [L. Cappelletti]

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Tromba-lituus, scudo e ascia bronzei nel deposito votivo all’ingresso dell’edificio beta nell’area sacrale e istituzionale di Tarquinia [inizi VII sec.a.C.]. Si tratta di un’associazione di simboli rappresentativi del supremo potere regale, in ambito religioso-giuridico e politico-militare, di diretta ascendenza divina e proprio dell’assetto monarchico di fine VIII-VII sec.a.C. che precede le forme tiranniche. [L. Cappelletti]

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TEANO

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L’A. riesamina l’ipotesi normalmente accettata secondo cui il tribunato della plebe sarebbe stato introdotto nelle comunità italiche su imitazione delle colonie latine, le quali, a loro volta, lo avrebbero ereditato da Roma. Partendo dalla constatazione che il tribunato della plebe non è attestato nelle colonie latine, a differenza della questura, e che il termine plebs giuridicamente non si adatta al contesto delle comunità italiche, l’A. affronta la questione sulla base di una serie di iscrizioni in osco in cui si menzionano uno o più tribuni della plebe [p. 45]. Fermo restando che l’osco plífríks corrisponde all’equivalente latino *plebiscus, l’A. mostra come il termine tríbuf / tribúf, che ricorre variamente declinato nelle iscrizioni prese in analisi, non vada ricollegato al latino tribunus da tribus, poiché in tal caso la forma trif– sarebbe stata attesa, ma alla parola italica *trēb-, dal significato di “costruttore” [pp. 45-46]. L’A. collega quindi questa magistratura all’edilità romana e nega, nel contempo, che essa fosse collegata al tribunato della plebe romano [p. 46]. L’aggettivo plífríks sarebbe stato aggiunto per distinguere questa magistratura dal tribunato militare, che gli Italici dovevano ben conoscere, dato che servivano nell’esercito romano [p. 47]. Il caso in questione rientrerebbe sì perfettamente nel quadro della diffusione di magistrature romane in ambito italico (in ogni caso l’edilità e non il tribunato della plebe), ma dimostrerebbe anche e una volta in più la libertà con cui esse erano adattate in ambito italico [p. 48]. [F. Russo]

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L’A. raccoglie le testimonianze epigrafiche da Crotone (SEG 53, 2003, 1077), Petelia (IG XIV, 636), Crimisa, Caulonia e Terina (SEG 4, 1929, risp. 75, 71, 73) [pp. 215-227], inoltre quelle letterarie, i.e. Ateneo XII 522a (= Tim. FGrHist 566 F 44) [pp. 227-232], utili a tracciare un quadro delle istituzioni di Crotone e di alcuni centri sotto la sua influenza. Particolare attenzione è data alle magistrature della pritania e della demiurgia, che trovano spiegazione della loro esistenza a Crotone nel rapporto tra metropoli e colonia, secondo una tesi già sviluppata negli anni ‘60 da S. Mazzarino [pp. 233-237]. [J. Piccinini]

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TODI

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TORTORA

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M.L.LAZZARINI – P.POCCETTI, Il mondo enotrio tra VI e V secolo a.C. Atti dei seminari napoletani (1996-1998): L’iscrizione paleoitalica da Tortora, Napoli 2001.
Testo lacunoso (ST Ps 20) di fine VI – inizi V sec. a.C., iscritto con andamento bustrofedico su tre lati (A, B, C) e sulla faccia superiore (E) di un cippo in calcare locale trovato nel 1991 in un contesto di reimpiego vicino ad una necropoli enotria. Lingua paleoitalica, alfabeto acheo. Legge sacra o civica, di contenuto prescrittivo. Il documento costituisce la più antica attestazione dell’esistenza nel mondo italico di una tradizione giuridica e normativa legata alla scrittura e indipendente dalla tradizione romana [p. 190]. In A, lin. 1: forse un derivato da okri [p. 73]. In A, lin. 5: probabile rito augurale [pp. 102-105], connesso ad una pratica di terminatio, in B, lin. 3 [pp. 149-155], di uno spazio di ignota pertinenza. In C, lin. 1: un derivato da touta [pp. 68-72; 158-160; 186). Foto + apografi [pp. 13-15; 18-19; 57-61]. [L. Cappelletti]

R.DONNARUMMA – L.TOMAY, La necropoli di San Brancato di Tortora, in: G.F.La Torre – A.Colicelli (eds.), Nella terra degli Enotri. Tortora e la valle del Noce nell’antichità, Atti del Convegno di Studi, Tortora, 18-19 aprile 1998, Paestum 2000, 49-59.

G.F.LA TORRE – A.COLICELLI (eds.), Nella terra degli Enotri. Tortora e la valle del Noce nell’antichità, Atti del Convegno di Studi, Tortora, 18-19 aprile 1998, Paestum 2000.

M.L.LAZZARINI – P.POCCETTI, L’iscrizione paleo-italica da Tortora (San Brancato): prime valutazioni, in: G.F.La Torre – A.Colicelli (eds.), Nella terra degli Enotri. Tortora e la valle del Noce nell’antichità, Atti del Convegno di Studi, Tortora, 18-19 aprile 1998, Paestum 2000, 61-71.
Testo lacunoso (ST Ps 20) di fine VI – inizi V sec.a.C., iscritto con andamento bustrofedico su tre lati (A, B, C) e sulla faccia superiore (E) di un cippo in calcare locale trovato nel 1991 in un contesto di reimpiego vicino ad una necropoli enotria. Lingua paleoitalica, alfabeto acheo. Legge sacra o civica di contenuto prescrittivo. In C, l. 1: derivato da touta [p.68]. Foto: Tavv. XXXII-XXXIII. [L. Cappelletti]

G.F.LA TORRE, Tortora (CS). Località Palecastro. Blanda alla luce delle prime ricerche, Bollettino di Archeologia 8, 1991, 133-155.


TREGLIA

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L’A. riesamina l’ipotesi normalmente accettata secondo cui il tribunato della plebe sarebbe stato introdotto nelle comunità italiche su imitazione delle colonie latine, le quali, a loro volta, lo avrebbero ereditato da Roma. Partendo dalla constatazione che il tribunato della plebe non è attestato nelle colonie latine, a differenza della questura, e che il termine plebs giuridicamente non si adatta al contesto delle comunità italiche, l’A. affronta la questione sulla base di una serie di iscrizioni in osco in cui si menzionano uno o più tribuni della plebe [p. 45]. Fermo restando che l’osco plífríks corrisponde all’equivalente latino *plebiscus, l’A. mostra come il termine tríbuf / tribúf, che ricorre variamente declinato nelle iscrizioni prese in analisi, non vada ricollegato al latino tribunus da tribus, poiché in tal caso la forma trif– sarebbe stata attesa, ma alla parola italica *trēb-, dal significato di “costruttore” [pp. 45-46]. L’A. collega quindi questa magistratura all’edilità romana e nega, nel contempo, che essa fosse collegata al tribunato della plebe romano [p. 46]. L’aggettivo plífríks sarebbe stato aggiunto per distinguere questa magistratura dal tribunato militare, che gli Italici dovevano ben conoscere, dato che servivano nell’esercito romano [p. 47]. Il caso in questione rientrerebbe sì perfettamente nel quadro della diffusione di magistrature romane in ambito italico (in ogni caso l’edilità e non il tribunato della plebe), ma dimostrerebbe anche e una volta in più la libertà con cui esse erano adattate in ambito italico [p. 48]. [F. Russo]

D.CAIAZZA (ed.), Trebula Balliensis. Notizia preliminare degli scavi e restauri 2007-2008-2009, Piedimonte Matese 2009.

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TRIVENTO

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From the analysis of an unpublished marble fragment bearing a Latin inscription, which joins with other two marble fragments (dating: Julio-claudian period), the author tries to reconstruct the role and the figure of L. Vinuleius Brocchus as responsible of acts of euergetism in the town of Copia-Thurii, especially for the construction of an important public edifice of dubious interpretation (a schola or an esedra) [pp. 111-113] and in general for the urban set up [pp. 115-118]. The hypothesis that the recostruction between the 1st cent. BC and the 1st-2nd cent AD period was also promoted by Caesar, Augustus or other member of the Augustan family is also highly likely as archaeological evidence suggest [pp. 119-120]. [J. Piccinini]

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TUSCANIA

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TUSCULUM

D.GOROSTIDI PI – J.NÚÑEZ MARCÉN, Un frammento dei fasti consulares dal foro di Tusculum, ZPE 199, 2016, 223-230.
Edition of a nearly triangular fragment (60 x 40 x 9 cm) of inscribed stone discovered in the Forum area of Tusculum in September 2009, bearing part of the text of Roman Fasti Consulares. After having described the physical characteristics of the document [p. 223], the A. dwell on the listing criteria of the text, which for their lack of mention of local elements resemble the several specimens from other communities [p. 225]. Then follows the edition of the text with some accurate photographic images [pp. 226-227 with figs. 2, 4a, 5 and 6]. Of the two surviving columns of text, in the first one are the consuls from 7 to 9 AD, while the second one is divided between two sections by a vacat: in the upper one are some fragmentary names, which the A. turn out to identify with the highest magistrates from 49 to 48 BC; the lower one prosecutes the list of the first column but presents some puzzling elements, for there appear consuls from 11 to 16 AD – without giving account of 10 AD – and then the list goes back to collecting the names of the highest magistrates from 47 to 45 BC [pp. 228-229]. In conclusion, the A. highlights that the Fasti of Tusculum, clearly of public relevance, belong likely to the period of transition which brought to the affirmation of the new regime of Augustus [p. 230]. [F. Reali]

D.GOROSTIDI PI – E.RUIZ VALDERAS, Un nuovo aedilis lustralis procedente de Tusculum (Lacio, Italia), ZPE 178, 2011, 273-278.


VASTO

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D.AQUILANO, La Histonium dei Frentani e la costa d’Abruzzo e Molise nell’antichità. Una sintesi delle ricerche storiche ed archeologiche a Punta Penna di Vasto (CH), Considerazioni di Storia ed Archeologia 4, 2011, 57-74.

M.BUONOCORE, Spigolature epigrafiche, V. Histoniensia, Epigraphica 73, 2011, 308-313.

M.H.CRAWFORD, Tribunes in Italy, in: G.Rocca (ed.), Le lingue dell’Italia antica. Iscrizioni, testi, grammatica. Die Sprachen Altitaliens. Inschriften, Texte, Grammatik. In memoriam Helmut Rix (1926-2004), Atti del Convegno Internazionale, Milano, 7-8 marzo 2011, Άλεξάνδρεια – Alessandria 5, 2011, 45-48.
L’A. riesamina l’ipotesi normalmente accettata secondo cui il tribunato della plebe sarebbe stato introdotto nelle comunità italiche su imitazione delle colonie latine, le quali, a loro volta, lo avrebbero ereditato da Roma. Partendo dalla constatazione che il tribunato della plebe non è attestato nelle colonie latine, a differenza della questura, e che il termine plebs giuridicamente non si adatta al contesto delle comunità italiche, l’A. affronta la questione sulla base di una serie di iscrizioni in osco in cui si menzionano uno o più tribuni della plebe [p. 45]. Fermo restando che l’osco plífríks corrisponde all’equivalente latino *plebiscus, l’A. mostra come il termine tríbuf / tribúf, che ricorre variamente declinato nelle iscrizioni prese in analisi, non vada ricollegato al latino tribunus da tribus, poiché in tal caso la forma trif– sarebbe stata attesa, ma alla parola italica *trēb-, dal significato di “costruttore” [pp. 45-46]. L’A. collega quindi questa magistratura all’edilità romana e nega, nel contempo, che essa fosse collegata al tribunato della plebe romano [p. 46]. L’aggettivo plífríks sarebbe stato aggiunto per distinguere questa magistratura dal tribunato militare, che gli Italici dovevano ben conoscere, dato che servivano nell’esercito romano [p. 47]. Il caso in questione rientrerebbe sì perfettamente nel quadro della diffusione di magistrature romane in ambito italico (in ogni caso l’edilità e non il tribunato della plebe), ma dimostrerebbe anche e una volta in più la libertà con cui esse erano adattate in ambito italico [p. 48]. [F. Russo]

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M.H.CRAWFORD, A hitherto unrecognised fragment of an Oscan lex?, in: Studi per Giovanni Nicosia, III, Milano 2007, 45-46.

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A.MARINUCCI, Le iscrizioni del Gabinetto Archeologico di Vasto. Edizione riveduta e ampliata, Roma 1981.

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VEIO

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L’A. prende in esame i problemi di restituzione testuale, storici e cronologici della dedica degli Ipponiati a Olimpia che, incisa su uno scudo bronzeo di tipo beotico, celebra la vittoria da questi riportata sui Crotoniati assieme ai Medmei e ai Locresi (SEG XI, 1950, nr. 1211). L’integrazione del testo, che presenta interessanti impronte osche, e i caratteri epigrafici dello stesso consentono di datare l’iscrizione ad un momento successivo alla battaglia di Imera (480 a.C.), quando Locri e le sue sub-colonie risultano alleate dei Dinomenidi, allora impegnati in un tentativo di espansione verso il Tirreno meridionale e centrale, trovando un naturale antagonista proprio in Crotone, oltre che nelle comunità etrusche meridionali. L’A. propone come datazione più attendibile della dedica il 475 a.C. (se non già l’anno precedente), nel contesto degli attacchi locresi (condotti a partire dalle colonie tirreniche, Ipponio in primis) contro gli avamposti tirrenici di Crotone, e degli intensi rapporti che l’ambito locrese intratteneva allora con Olimpia, sottolineati dalle vittorie di Eutimo nei giochi olimpici. [J. Piccinini]

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